A cosa serve la satira: protestano i licenziati Fiat

l’11 agosto è stato pubblicato, sul Il Manifesto, questo splendido articolo della giornalista Francesca Fornario, che ringraziamo. Vi rendiamo disponibile il testo.

Non è uno scherzo. La protesta dei licenziati Fiat di Pomigliano davanti alla sede Rai di Viale Mazzini a Roma in solidarietà al diritto di satira La protesta dei lavoratori licenziati Fiat a Pomigliano

«Protesta dei licenziati Fiat di Pomigliano davanti alla sede Rai di Viale Mazzini a Roma in solidarietà alla giornalista Francesca Fornario». Leggo il comunicato e penso: «È uno scherzo». «Per difendere la libertà di satira e di critica, un operaio si è incatenato alla statua che campeggia fuori da…». Vedo la foto, lo striscione, controllo se non sia un fotomontaggio. Operai. Licenziati. Di Pomigliano. Che srotolano uno striscione davanti alla Rai. Non per chiedere indietro il lavoro. Non per chiedere indietro la casa, che i più hanno lasciato alla moglie che ha lasciato loro, negli anni in cassintegrazione a Nola, mentre a Pomigliano si facevano gli straordinari ogni sabato per produrre automobili e loro no, loro in automobile ci dormivano. Non per chiedere indietro la vita, la loro e quella dei colleghi che hanno provato a togliersela, perché la vita in cassintegrazione al reparto-confino di Nola crolla per «l’effetto domino», lo chiamano così, mimando il crollo di un palazzo con le mani: 700 euro al mese per un lavoro che non c’è più, i soldi che non bastano per pagare la mensa a scuola e l’assicurazione della macchina e allora vai in giro senza fino a quando non ti fermano e ti tolgono la patente precipitandoti nell’illegalità, e allora ti deprimi e ti incazzi e tua moglie ti lascia.

Nemmeno, lo striscione, chiede indietro la vita dei tre di loro che sono riusciti a togliersela. L’ultima, Maria Barbato, cassintegrata a zero ore alla Fiat di Nola, che a 47 anni si è uccisa con tre coltellate al petto lasciando scritto: «Non si può vivere sul ciglio del burrone dei licenziamenti». Lo striscione che si sono portati da Acerra chiede indietro la satira. «Satira Libera. I 5 licenziati Fiat». Mi precipito a Viale Mazzini e li trovo lì, stupiti del mio stupore. Stupiti di vedermi quanto me di vederli. «Ragazzi, ma siete matti? La mia è la guerra del burro, la vostra la guerra vera!». Mi spiegano che è la stessa guerra. Che anche loro hanno perso il posto per aver osato criticare l’azienda, danneggiandone l’immagine. «Sì, ma io me ne sono andata perché non c’erano più le condizioni per…». Che anche a loro è stato impedito di fare satira su Marchionne. «Eh?!». E via con le battute su Marchionne che facevo a Radio2. Marchionne che va a produrre la Panda in Polonia dove gli operai non pretendono di fare la pausa-pranzo. Fino a quando non scopre che lungo il Gange c’è un ashram di fachiri in grado di trattenere la pipì per 36 ore e trasferisce lì la produzione della Panda. Fino a quando non legge su Focus che i macachi delle Filippine sanno avvitare i bulloni…

«Noi siamo stati licenziati per aver esposto davanti ai cancelli della fabbrica un manichino di Marchionne che, in preda ai sensi di colpa, si impicca, come avevano fatto tre di noi. Lasciando una lettera in cui chiede che i 316 operai deportati a Nola tornino a Pomigliano, dove ci sono interi reparti vuoti». La satira è l’unico linguaggio che riesce ad arrivare a chi è fuori dalla fabbrica, spiegano. Le cariche le subiamo, ma le prendiamo e basta. Con la satira, invece. Raccontano di quando hanno affrontato i poliziotti con gli scudi di legno. Di quando hanno accolto Renzi vestiti da pagliaccio. Di quando da fantasmi, come i morti sul lavoro o sulla cassintegrazione. Mi invitano a diffondere l’appello da firmare in vista dell’udienza del 20 settembre, dove si deciderà la loro sorte, con Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Erri De Luca, Luigi De Magistris. Una vita che faccio satira e a cosa serve non l’ho mai saputo spiegare meglio di Mimmo. A fare in modo che tutti si accorgano di quello che ci sta succedendo.

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